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Namur, Belgium
Gattofila, razionalmente disordinata, ossessivo-compulsiva part-time.

martedì 3 maggio 2016

Il condominio del mistero: parte seconda

Il condominio del mistero, nel frattempo, ha regalato qualche perla contro la noia: prima di continuare a leggere, vi consiglio caldamente di rinfrescarvi la memoria.
Fatto? Si proceda allora!

La conoscenza prima di tutto #1.
Il famoso dirimpettaio tedesco del 203 si è in realtà rivelata essere la dirimpettaia asiatica. "Rivelata" racchiude forse in sé una connotazione di completezza e certezza che non si applica certamente a questo caso; dopo quello strano incontro non ho più incrociato nessuno dei due (si suppone stessero insieme), ma un lampo di genio à la Sherlock mi ha fatto controllare il nome che figurava sul citofono: chiaramente asiatico. Incrociando le informazioni con V., che l'aveva intravista, abbiamo quindi dedotto che la reale inquilina fosse la ragazza, e non lui.
Ma tutto questo non ha importanza, visto che un paio di settimane dopo si è trasferita e quindi addio.
Ne ho sentito la mancanza? Direi di no, visto che la cosa me l'ha fatta notare O., il nuovo inquilino...

La conoscenza prima di tutto #2.
Ad un certo punto è comparso un palloncino nell'ascensore che annunciava la nascita di una bimba. Nell'appartamento sopra al mio.
Inutile dire che non avevo la minima idea di chi mi abitasse sulla testa, figuriamoci che fosse incinta. Sono seguiti giorni di imbarazzo ad ogni incontro con ragazze/donne semisconosciute del palazzo, con sguardi investigatori: "sembra una che ha appena partorito? E poi che faccio, che le dico? 'Ah ciao non ho idea di chi tu sia ma sono davvero strafelice per te' non suona bene". Comunque.
Già immaginavo notti insonni a fissare il soffitto col sottofondo dei pianti della bimba, ma fortunatamente piange poco e col volume al minimo.
La nonna (che so esser la nonna per averla incontrata in lavanderia e per il solito gioco di deduzioni) invece passa le sue giornate a canticchiare cantilene e frasi in quella lingua strana che noi adulti parliamo ogni volta che ci troviamo davanti ad un bambino piccolo. È piccolo, non è idiota. E soprattutto non trarrà nessun beneficio da una serie di "bu bu bu, da da da". Nessuno.
Ma lei continua, tutto il santo giorno, in un gioco di autocompiacimento che porta a lei soddisfazione, a me crisi di nervi. Forse anche alla bimba, ché a me sembra pianga di più quando lo fa.

Come conquistare la lavatrice dei tuoi sogni.
[O anche proprio non quella, ché già trovarne una...]
Questo titolo da film scadente americano si addice completamente alla situazione che viviamo ogni giorno con la lavatrice. Sei piani, due appartamenti per piano, per un totale di dodici appartamenti.

Una sola lavatrice.

Lavare i vestiti richiede un attento gioco di strategia per evitare i momenti in cui la lavatrice è sempre occupata o per accaparrarsi il turno migliore: gente che si sveglia presto la mattina per stendere i vestiti prima di andare al lavoro, persone che sfruttano la pausa pranzo, corse giù per le scale per arrivare prima di chi è in ascensore (no, questa non è vera. O forse...). La domenica, poi, è off-limits, o solo per i più temerari.
L'avanzato elettrodomestico ha uno schermino in cui è indicato il tempo rimanente alla fine del programma in corso: sarebbe molto utile, se non fosse che dà solo indicazioni di massima. E non è che è costante nel sovrastimare o sottostimare il tempo, ma dipende: sono stati quindi necessari un attento studio e qualche prova per affinare la tecnica, e ancora la perfezione è lontana. Non si contano gli inutili viaggi in ascensore pensando che sia finita e invece no, ancora dieci minuti. 
M. -"Ma erano dieci minuti anche cinque minuti fa, quando sono scesa prima!".
A.M. (aggeggio malefico) - "Ho detto ancora dieci minuti."

Un grande problema è costituito da quelli che lasciano i vestiti lì. A rilassarsi. Ma mica per poco!, per decine di minuti dopo che il lavaggio è terminato. Sia mai che i poveri capi si stressino per i troppi spostamenti.
È capitato spesso quindi che la Nostra scendesse per provare ad usare la lavatrice e la trovasse occupata. Tornasse alla fine del programma ingenuamente pensando l'avrebbe trovata libera. Aspettasse per dieci minuti. Decidesse di tornare dopo altri dieci. Trovasse i vestiti non suoi ancora lì. Imprecasse e se ne andasse.
Questo prima di scoprire che non esiste alcuna remora nel liberare la lavatrice per proprio conto: spesso vengono lasciate anche le buste o le ceste da riempire, tanto spesso succede. Ho ceduto di malavoglia a questa pratica, per molti motivi: qualunque scrupolo è stato però spazzato via quando una volta, dopo aver riposto vestiti di altri nelle apposite buste, sono riuscita a fare ben due lavatrici prima che sparissero (recuperati dal proprietario, immagino). 
I sospetti sul colpevole sono ricaduti quasi inconfutabilmente sull'ammorbante nonnina.

Immondizie
La spazzatura biodegradabile e l'indifferenziata vengono raccolte la mattina presto due volte a settimana: il lunedì e il giovedì sera, dunque, c'è un'intesa attività di sali scendi degli abitanti del condominio per portare le buste fuori dal portone, sul marciapiede. Una volta ogni due settimane tocca alla carta, sempre una volta ogni due alla plastica.
[n.d.a.: di solito mi ricordo quando sono già in pigiama. con conseguenti auto-maledizioni e vestizioni a strati improbabili]
Io non sono una gran cuoca, chiariamo, ma sistematicamente due volte a settimana ho il mio sacchettino pieno di fondi di caffè, resti di verdure, bustine di tè, scarti di frutta, gusci d'uova, croste di formaggio: tale sacchettino, solitamente, è in nulla o poca compagnia. Le buste di indifferenziata si ammonticchiano l'una sull'altra che è una meraviglia, sacchi stracolmi di flaconi si palesano quando è il turno della plastica, cartoni traboccanti fogli e carte si impilano tendendo al cielo, ma dei sacchetti dell'umido non c'è traccia...
Ma questi... ma che mangiano?

lunedì 11 aprile 2016

Accadono cose a Namur #4: aggiungi un posto a tavola...

Dicono che per avere una vita interessante sia importante saper riconoscere le piccoli, grandi cose speciali che avvengono ogni giorno.
Dico(no) che a Namur non sia tanto difficile, ma comincio a chiedermi se non sia io il punto della questione. Forse un po' si.

Ecco, così.
Ma giù da un tetto.
Il 22 Marzo scorso è stata la Festa dell'Università: il programma della giornata prevedeva attività tra le più disparate, tra cui lanci spericolati attaccati ad una fune, giochi, degustazioni, spettacoli.
Ai membri del personale invece venivano offerti colazione, pranzo e un drink nel pomeriggio. Una delle poche fortune di essere uno studente di dottorato è che si è sia studenti (con gli sconti del caso) sia parte del personale. Ho aderito quindi con grande gioia all'iniziativa, soprattutto perché quando si parla di mangiar gratis, il sangue è troppo impegnato ad irrorare lo stomaco in preparazione invece di permettere al cervello di elaborare una risposta diversa dal
D-A-J-E.
E così la nostra eroina, alle ore 07:45 era già fuori dal portone di casa, diretta alla mensa universitaria. La cosa notevole è che a meno di casi particolari, prima delle 08:15/08:20 non so nemmeno chi sono né ho messo il piede fuori dal letto, figuriamoci essere lavata, vestita, truccata e pettinata (il minimo sindacale, il mio amor proprio non può nulla contro l'amore del dormire). Il potere del cibo gratis, dicevamo. Ma anche abitare dalla parte opposta della strada rispetto alla mensa ha un suo certo peso.
Insomma, dopo aver riempito il vassoio con una quantità sufficiente di cibo dolce e salato e di tè (avendo avuto abbastanza presenza mentale da NON prendere il caffè. Caffè belga, ricordiamo), mi dirigo al tavolo a cui è seduta un po' di gente del Dipartimento: segretaria, un paio di professori, la mia compagna d'ufficio. Ad un certo punto si siede davanti a me un signore sulla cinquantina con la faccia molto simpatica e che comincia a chiaccherare amabilmente. Ah ma cosa fai, ah ma sei una dottoranda, ah ma vieni da Roma, io parlo un poco di italiano, come ti trovi in Belgio, ma quanta gente è venuta a colazione che bello dovremmo farlo più spesso e così via per una buona ventina di minuti. Finita la colazione mi alzo, saluto "Buona giornata allora, a presto!" e lui "come, non ci vediamo poi a pranzo?", "Ah si certo volentieri, a dopo!".
Usciamo dalla mensa ed E.A., compagna di ufficio e di sventure mi fa: "Tu non hai la minima idea di chi fosse quell'uomo, vero?".
"No, perché?"
"È il Rettore."

Il Rettore, fantastico.

Il fatto è stato tanto divertente che sono stata presa in giro dai colleghi per un bel po', in sala caffè. Meglio così, almeno c'è stato un argomento con cui alleggerire l'atmosfera: proprio mentre io e il Rettore diventavamo amiconi, infatti, a Bruxelles succedeva ben altro. Ma ancora non lo sapevamo.



[Le manifestazioni per la Festa sono state annullate e il pranzo si è svolto in un clima di dolore e raccoglimento, com'era giusto che fosse. Anche tutti gli eventi previsti nella settimana sono stati annullati, per ragioni di sicurezza.]

giovedì 7 aprile 2016

Cose che ho imparato tornando a casa, quella vera.

Uh com'è stato bello tornare in Italia!
Rivedere i parenti, gli amici, riassaporare la vera pizza napoletana, camminare per le "solite" strade, tornare all'Università, il sole e la vitamina D!
Nonostante il mio spirito internazionale, devo ammettere che ripassare da casa è stata un'esperienza intensa: come tale, è stata anche una fruttuosa Maestra. O io sono una pigra scolara per cui è facile trovare cose che non so, devo ancora capire quale delle due.

Scordarsi che il bel tempo esiste è sempre una pessima idea.
A mia discolpa posso dire che il tempo Belga non è che renda facile ricordarsi che possono essere intere giornate (e di fila!) in cui splende il Sole. E splende come si deve, non palliduccio e smorto. D'altronde, ventisei anni dovrebbero essere un tempo sufficiente per radicare una nozione basilare e nel mio caso molto importante: mai separarsi dagli occhiali da sole durante le belle stagioni. E si che io soffro tantissimo il sole negli occhi - pare tale condizione sia acuita dagli occhi blu, ma non ci metterei la mano sul fuoco - con conseguenti mal di testa. Per non parlare delle zampe da gallina da occhi strizzati! Orrore! Nonostante questo ho ben pensato che, dato che le previsioni parlavano di tempo nuvoloso, i miei occhiali da sole avrebbero potuto continuare a prendere polvere nel cassetto in cui giacciono, intoccati, da quando sono arrivata qui.
Inutile dire che il sole ha deciso di splendere caldo e alto nel cielo praticamente tutti i giorni.
La crema solare invece è sempre con me: la quasi totale assenza di melanina la rende necessaria in qualunque momento, a qualunque latitudine.


Ci sono tante persone a cui voglio bene e che voglio vedere (n.d.a., pare la cosa sia ricambiata).
Le ore per giorno però sono sempre e solo 24.
Questa vacanza mi ha regalato la consapevolezza di quante persone siano per me importanti e di quanto io voglia trascorrere con loro tempo di qualità. Troppe, quasi.
Alcuni di noi sono sparpagliati in giro per l'Europa, e coordinare la presenza di tutti contemporaneamente non è detto sia sempre possibile: il fatto che fossimo nel periodo pasquale ha certamente aiutato in tal senso, ma non poi così tanto.
Cercare di vedere tutti, inevitabilmente, significa trascorrere con ciascuno una quantità di tempo limitata, spesso davvero molto limitata: non è stato sufficiente fare la trottola in giro per Roma e dintorni, non sono bastate le ore di sonno di cui mi sono privata per sfruttare al massimo ogni sera. Qualcuno l'ho visto proprio di sfuggita, qualcun altro per molto poco, nessuno tanto quanto avrei voluto. E sono tornata anche per una quantità considerevole di tempo!
È l'irrisolvibile dilemma dei ritorni: scegliere chi vedere e chi no non è pensabile, ma il poco tempo per ciascuno è mai davvero sufficiente. Si torna a "casa" dopo le vacanze felici, ma anche stanchi e con un po' di sensi di colpa: per quel trenino in meno con cui hai giocato, per quella birra in più che non hai preso, per quella chiacchera un po' più intima e tranquilla per cui non c'è stato tempo.
Idea regalo per il mio prossimo compleanno:

Giratempo

Disdire una buona tariffa telefonica è una (altra) pessima idea.
Il mio disprezzo per le compagnie telefoniche (italiane, per lo più) ha radici che affondano in tempi lontani, oltre che nella convinzione che questi ci prendano tutti un po' per i fondelli. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il passaggio da un rinnovo mensile a quadrisettimanale: sappiamo tutti che così si paga una quota in più ogni anno, nevvero?
Quando mi sono trasferita ho quindi deciso di disdire la tariffa attiva sul numero italiano anche se questa si riattiva solo se è disponibile del credito sufficiente (ergo, basta che il credito sia nullo per "congelare" la situazione fino alla ricarica successiva). Mantenere una tariffazione a consumo sembrava tanto una buona idea perché "tanto non userò molto il cellulare e poi starò sempre attaccata a qualche wifi".
Ecco, no.
Fortuna vuole che si facciano passeggiate nei parchi, al centro, o semplicemente per le strade che ci sono familiari. E il caso vuole che ci siano un sacco di persone con cui organizzarsi per vedersi/fare regali/darsi appuntamenti (vedi sopra): un pomeriggio offline e gli sms pagati sull'unghia non sono, semplicemente, una pratica ottimale. L'ho imparato a mie spese, letteralmente: alla fine mi sono piegata a ri-attivare un piano "mensile", leggermente più caro del precedente e con costi di attivazione conseguenti.
Sappiate che vi sto davvero mostrando il fianco, ammettendo questo bruciante errore: ora il rodimento è solo un ricordo, ma sul momento ho fortemente dubitato delle mie capacità di giudizio.

Roma è Roma, e fa venir voglia di lottare.
In un pomeriggio di apparente e inaspettata calma, cogliendo l'occasione di dover sbrigare una commissione, io e G. ci siamo concessi una passeggiata al centro.
Sarà stato il sole splendente, sarà che siamo lontani dai mille problemi e dalle tante brutture di tutti i giorni, sarà stato il fatto che eravamo più o meno in vacanza, sarà quel che sarà: mi sono ri-innamorata. Camminare per le strade di questa meravigliosa città ti infonde la voglia di tornare, di fare del tuo meglio per apportare il tuo contributo intellettuale e civico nella speranza di renderla meravigliosa da vivere quanto lo è da ammirare. E lo sai che ci sono infinite cose che non vanno e che probabilmente ti scontreresti con la dura realtà appena rimesso definitivamente piede in questa affascinante Roma, ma ti sembra di avere la forza e le energie per poter affrontare tutto, per poter soppesare i pro e i contro e stabilire che alla fine ne vale la pena. Il nostro lusso, nonostante tutto, è poter provare questa sensazione ogni volta che torniamo, proprio perché torniamo per poco. E ve lo dico, è una sensazione magnifica.

domenica 20 marzo 2016

Ho vissuto quattro giorni senza cellulare e sono sopravvissuta. Più o meno.

Il cellulare mi è stato fatto sospirare: in un momento in cui tutti i miei compagni già alle medie avevano un Nokia (di quelli vecchi, belli, indistruttibili... poesia!), io ho dovuto aspettare il Natale del primo anno di liceo per ricevere l'agognato apparecchio. Durante i primi mesi del liceo, quelli in cui si formano i gruppetti, quelli in cui pare sia importante esserci, io non avevo strumenti di comunicazione (no, neanche Messenger. Figuriamoci, ci sono arrivata praticamente all'inizio del suo declino!). Questo, unito soprattutto al mio essere una secchiona di prima categoria, nel bene e nel male, non ha aiutato l'integrazione in classe, che infatti non c'è stata.
Ma sono sopravvissuta lo stesso, direi anche bene, e anzi ho imparato molte lezioni (come ho capito in seguito, mica lì per lì), quindi non ci lamentiamo.

A dispetto di ciò che quanto ho appena scritto potrebbe far pensare, una volta entrato nella mia vita il cellulare non è rimasto su un comodino a prendere polvere: grazie a varie esperienze - corali, perlopiù - ho costruito tanti legami che durano tuttora, per cui la mia vita sociale è sempre stata soddisfacente e richiedeva continui mantenimenti telefonici, dall'sms allo squillo (ah, gli squilli, quanta intrinseca poesia anche lì!).
Inoltre non è che io me ne stessi proprio con le mani in mano; mi sono sempre fatta coinvolgere con entusiasmo in tante attività, spesso anche nell'organizzazione delle stesse, e dunque il cellulare oltre ad uno strumento di evasione e socialità è diventato ben presto anche una necessità organizzativa: non solo io volevo restare in contatto con gli altri (e giocare a Snake, s'intende), ma altri avevano bisogno di potersi mettere in contatto con me - e questo spesso era fonte di nervosismi o cose pallose da fare.
Col passare degli anni entrambi questi aspetti si sono intensificati, generando nei confronti del cellulare un rapporto di dipendenza/amore/odio che a volte, ammetto, è stato esagerato.

Ovviamente, con l'avvento degli smartphone la situazione non poteva che "degenerare": in un attimo avevo concentrate nella mia mano mille cose e un'infinità di possibilità. Credo sia stato un processo che ha coinvolto chiunque abbia vissuto il cambio (qualche integralista dell' "analogico" ancora c'è, ma a poco a poco stanno cedendo tutti), anche se l'entità del cambiamento è stata diversa da persona a persona.

Poter restare sempre in contatto è sempre stato importante per me, ma è diventato fondamentale quando è cominciata la relazione a distanza: senza voler scrivere un trattato a riguardo - ce la stiamo cavando alla grande direi, ma qua nessun è un esperto - la quotidianità che cementifica un rapporto deve essere sostituita in qualche modo, e poter condividere sul momento alcune cose, spesso sciocche ma simpatiche, ritengo sia importante. È chiaro che esistono altri modi di comunicare (mail, videochiamate, la cara vecchia snail mail), che comunque usiamo (si, tutte e tre!) ed è evidente che in passato altri hanno affrontato la stessa situazione con meno mezzi, non sto dicendo che senza smartphone non si sopravvive: ma perché non sfruttare tutta la tecnologia a disposizione per rendere più semplice una situazione che facile non è?

Poi, certo, si è aggiunto il piccolo particolare del trasferimento, il che ha generato due necessità.
La prima non è altro che un incremento della voglia e del bisogno di mantenere i contatti, considerando che ora che non è solo G. ad essere lontano, ma... beh, tutti. Di nuovo, esistono altri modi, ma l'efficacia di un mezzo di comunicazione dipende strettamente dalla diffusione del suo utilizzo (fattore che per esempio ritengo fondamentale nella questione "Whatsapp VS Qualunque altra alternativa anche se migliore"). Ergo io posso pure mandare cinquanta e-mail, ma se i miei interlocutori preferiscono/usano di più la messaggistica istantanea, non cambieranno le proprie abitudini per me (perlomeno non per un disagio di pochi giorni).
La seconda, non trascurabile, è stata quella di comprimere la mia vita in 20+10 kg: largo quindi al multi-tasking, benvenuta razionalizzazione, evviva le mille funzioni del cellulare!

Non avevo compreso fino a che punto questo fosse rilevante fino a quando, qualche giorno fa, il mio cellulare ha deciso evidentemente di implodere: da acceso e funzionante, l'ho trovato sul tavolo spento e senza più alcun segno di vita. Nessuno. Inutili le possibili soluzioni trovate su internet, dunque mi sono convinta ad ordinarne uno nuovo.
E qui viene il Belgio bello.
Amazon.be non esiste. La soluzione più pratica è utilizzare Amazon.fr, ma anche con la spedizione Premium, prima di quattro giorni non se ne parla. "Eh vabbé, aspetterò".
Che esperienza catartica! Ho realizzato che uso il cellulare anche come

  • Sveglia: in realtà è una cosa che odio, perché non mi piace lasciarlo acceso tutta la notte (anche se in modalità aereo), ma ho risparmiato spazio e peso in valigia. Come ho risolto durante questi giorni? Utilizzando il computer (Sox, per Linux), ma questo ha generato un tentativo fallito di lunedì mattina e notti di malo sonno per via dell'ansia da "e se poi non mi sveglio?". Oltretutto, in questo tranquillo e silenzioso quartiere il rumore (infimo) del computer di notte si registra, evidentemente, come un martello pneumatico. Poco comodo per addormentarsi.
    Lezione imparata: riporterò una delle mille sveglie da viaggio che abbiamo in Italia.
  • Orologio: ho scoperto quanto sia orribile non avere idea di che ore siano. Dover accendere il computer per avere un'idea di quanto uno sia in ritardo o meno è davvero poco simpatico.
    Lezione imparata: è importante avere un orologio, e ho di conseguenza finalmente scelto il mio regalo di laurea.
  • Timer: questa è pigrizia pura. Impostare il timer permette di liberare il cervello dal doversi ricordare qualcosa: questo si applica alla cottura della pasta (si, io conto i minuti!, e poi assaggio, ovviamente) come alla durata della lavatrice (non vi ho ancora raccontato della lavatrice... rimedierò). Non avere il supporto del timer richiede di dover fare le cose con più consapevolezza, il che non è sempre un male.
    Lezione imparata: ridurne l'uso al minimo indispensabile, per allenare un po' la materia grigia.
  • Lista della spesa: è ovviamente un utilizzo non indispensabile, ma indiscutibilmente comodo. La possibilità di aggiungere alla lista della spesa quella cosa che ti viene in mente grazie ad un'illuminazione senza dover cercare la lista (che non è detto uno abbia con sé) e una penna e nell'esatto momento in cui ti viene in mente è molto piacevole.
    Lezione imparata: niente, si sopravvive senza. Ma con è meglio.
  • Memo vari: vedi sopra. Nel mio vecchio cellulare avevo delle liste varie, da "cose da riportare dall'Italia" a "cosa da comprare ad Ikea" che aggiornavo di volta in volta non appena mi veniva in mente qualcosa. Niente per cui mi sia disperata, una volta perso, ma comunque...
    Lezione imparata: si sopravvive anche senza questo. Ma con è comunque meglio.
  • Timer per la pillola: che sia un'applicazione fatta ad hoc o una sveglia, poco importa. "Ma l'ansia ti aiuterà sicuramente a ricordare". Ecco, no (ciao mamma!, no, non diventerai ancora nonna!).
    Lezione imparata: in caso di non disponibilità di sveglie, pagare qualcuno perché te lo ricordi.
Non mi è piaciuta la sensazione di smarrimento che questa situazione ha generato: capire di essere così dipendente da un oggetto non è stato piacevole; d'altronde, la mancanza forzata è stata un esperimento interessante, sia per la necessità di trovare soluzioni, sia per l'aver ispirato molte riflessioni.
Però, caro il mio nuovo cellulare, se potessi evitare di morire senza preavviso come il tuo predecessore, mi faresti un favore. Soprattutto perché Amazon.be non esiste.

martedì 15 marzo 2016

Cose a cui non mi sto abituando

Lo spirito di adattamento è stato fondamentale per l'evoluzione ma soprattutto per la sopravvivenza della nostra specie su questo pianeta. È ciò che ci ha permesso, per esempio, di colonizzare territori che presentano diversissime situazioni ambientali e diffonderci un po' per tutto il globo: dai ghiacci al deserto, dalle montagne alle pianure... da Roma a Namur.
Nonostante questa naturale tendenza ad abituarsi a nuove condizioni abbia già funzionato per alcuni aspetti, ci sono alcune cose che continuo a registrare come strane, e che dubito (e spero non) diventeranno mai parte della mia routine.

La pasta a mangiar via
Il rapporto dei Belgi col cibo è... strano.
Dal proliferare di ristoranti di varia natura (si va dalle tapas al sushi, passando per il thai, il greco, l'immancabile decina di italiani...) una si convincerebbe del fatto che i Belgi adorino mangiare; d'altra parte è ovvio che lo facciano in modo e maniera quantomeno discutibili.
Un esempio su tutti: la pasta a portar via. O meglio, a mangiar via.
Viene venduta una porzione in questi contenitori da asporto, che qualcuno acquista per poi tornare nel proprio ufficio o nelle sale comuni per mangiarla. Molti altri, la mangiano per strada mentre camminano. Questo trattamento poco rispettoso (nei confronti del cibo, s'intende) che noi riserviamo ad un gelato o al massimo ad un pezzo di pizza, loro lo elargiscono senza pietà alla pasta.
Che poi, "pasta".

Scotta come per noi è inimmaginabile (ma davvero, si vede che è scotta, anche da lontano), nel tentativo di darle un corpo viene sommersa da sughi misteriosi, e chiaramente liquidi: mano a mano che si scende verso il fondo del contenitore, la gustosissima pasta si trasforma in una zuppa. Ho visto gente bere dalla ciotola il sugo rimasto sul fondo, così come io farei (ma non faccio) con il brodo della minestra o il sughetto dell'insalata di pomodori.


(se non sapete chi è, vi manca un
grande capitolo degli anni 2000)

E a proposito di insalata di pomodori...
Le verdure che sanno di nulla
Ho scritto insalata di pomodori e mi è venuta la bavetta alla bocca.
La prima volta che sono andata a fare la spesa in modo serio e completo, tra le varie verdure ho deciso di comprare anche dei pomodori "per quelle volte in cui non mi va di cuocere anche il contorno". Ci ho provato una volta, e poi addio: l'unico modo per farli sapere di qualcosa da crudi è sommergerli con una quantità tale di sale da far venire un attacco di alta pressione anche a me, Miss 110/60. E quindi alla fine si cuociono anche quelli.
La notte sogno cofanate di verdura cruda gustosa.
[Unica eccezione di crudités ammessa: le carote. Ma solo perché vengono copiosamente intinte nell'hummus.]

I treni
Noi italiani abbiamo forse molti preconcetti sul resto d'Europa: se tanti pensano che più bella cosa d'Italia non c'è, molti sono convinti che all'estero funzioni tutto meglio.
Signori, il sistema ferroviario belga è riuscito nell'impresa di farmi rimpiangere Trenitalia & Co.
Apparentemente, lo sport nazionale qui è il "cancella il treno": la spensieratezza con cui appare quella scrittina rossa che ti preannuncia il tuo destino di attesa del prossimo treno è leggendaria. E non è che succede solo in orari di punta, in cui ci sono molte alternative, no! Capita anche la sera, quando c'è un treno ogni mezzora e rischi di stare ad aspettare per quasi un'ora in stazione.
I treni in ritardo, poi, non si contano.
Dei cambi di binario all'ultimo momento non parliamo: "Il treno per Bruxelles-Midi arriverà al binario 1. No 2. Aspetta, al 3. STELLA! Mara ti ho visto, torna fuori dalla stazione!".
Il rodimentimetro a volte registra picchi mai visti altrove.

I bagni dell'università
Oh che cosa divertente!
Molti dei bagni qui all'università sono unisex. La prima volta che sono entrata, mesi fa, mi ha colpito come, oltre ai classici tre bagni con porta, facesse sfoggio della propria presenza anche una fila di orinatoi. "Saranno retaggio di tempi antichi".
Ecco, no.
Alcuni dei ragazzi scelgono coscientemente di utilizzare quelli piuttosto che i bagni dotati di quella piccola ma significativa differenza che è la privacy mia e tua Santo Cielo porta. Per cui una va tranquillamente in bagno e si trova a salutare quello dell'ufficio accanto che, pacioso, è lì che fa pipì: considerando la quantità di volte in cui mi reco in bagno al giorno, notoriamente intorno alla decina, capiamo come è facile che mi capitino spesso situazioni del genere.
Che poi io neanche sono una che si scandalizza facilmente, ma visto che l'alternativa c'è...


... sono riusciti a farmi rimpiangere Trenitalia...

mercoledì 9 marzo 2016

Cambiare la base.

Disclaimer: ciò che segue è un post metafora.
I post metafora sono uno dei motivi per cui, un paio di anni fa, il blog non era più cosa (se quest'alta espressione italiana(?) non vi dice nulla, vi avevo fatto un riassunto della vita del blog qui): se non pubblicavo flussi di coscienza impenetrabili, c'erano i post metafora.
Cos'è un post metafora? Nella pratica, lo capirete leggendo. Nella teoria, è la più diretta descrizione di come funziona il mio cervello nell'osservare e analizzare il mondo: di per se sarebbe quindi un perfetto strumento per questo blog, ma il troppo stroppia in tutti i campi. Limiterò i post metafora, promesso.

Il tutto parte dal mio fondotinta.

...

UOMO!, Uomo, uomo... stai con noi. Non chiudere la finestra del tuo browser, non premere "indietro" sul tuo smartphone. Ti prometto che le teoria sarà poca, facile e magari anche interessante.

Dicevo.

Del fondotinta - qualora una/uno ne abbia bisogno, eh!, non vi sto dicendo di andare a spatacciarvi roba in faccia per forza - vanno presi in considerazione due aspetti fondamentali: il colore e il tipo.
Sul colore potrei scrivere papiri e papiri, ma mi limiterò a dire che deve essere uguale a quello della propria pelle: non facciamo scherzi. Non serve per far diventare la pelle del colore che avreste sempre voluto (o a dargliene uno, come sarebbe bello nel mio caso), ma per dare l'illusione di averla uniforme e immacolata. Assolutamente no quindi ad un fondotinta più scuro, ché non siete mica Snooki di Jersey Shore*

e vade retro ai fondotinta più chiari, è passato il tempo in cui la pelle diafana era sinonimo di alto rango e la si cercava a tutti i costi.
Unica eccezione concessa è se si è davvero, davvero, davvero chiari: può succedere che il colore esattamente uguale al viso generi reazioni della serie ma sei malata, ma quanto sei malata (succede perché si tolgono i rossori, come è giusto che faccia il fondotinta, e quindi quella sensazione di un minimo di vita che si emanava). In quel caso concepisco giusto un tono più scuro, non facciamo scherzi (e due!).
La texture è una faccenda un po' più complicata, perché sono tanti i fattori da considerare: tipo di pelle (secca come il deserto/brufolosa come la schiena di un rospo/un po' e un po' che non lo sa manco lei/normale che un po' dovreste vergognarvi se avete la fortuna di averla così), tipo di risultato che si vuole ottenere (quanto coprente? Completamente opaco o luminoso come una palla da discoteca? Una buona via di mezzo?), le condizioni atmosferiche esterne.

Le condizioni atmosferiche esterne.

Quando mi sono trasferita qui, sapevo che avrei dovuto cambiare fondotinta: non scenderò nei dettagli - anche perché c'è quel ragazzo lì in fondo che sta per vomitare - ma il (tanto) freddo e il (costante) vento incidono al punto da richiedere un cambiamento.
Quindi, come ora ormai avrete capito meglio di me (possiamo dirlo tutti in coro, se volete) ho cambiato il tipo, ma ho mantenuto il colore.

[Pronti per la parte metafora del post metafora?]

È quello che dovrebbe succedere quando ci si immerge in nuovo mondo, no? È inutile entrare a gamba tesa con il proprio bagaglio e le proprie convinzioni e pretendere che funzioni tutto come prima. Non può funzionare anche solo semplicemente perché ci sono dei fattori (vento e freddo in un caso, apparato culturale dall'altro) che non solo sfuggono al nostro controllo, ma non si accorgono neanche della nostra presenza. D'altronde non può nemmeno voler dire che uno deve scordarsi chi è e diventare qualcun altro per poter vivere altrove: dove lo mettiamo il nostro Io, dove il nostro essere? Quel bagaglio e quelle convinzioni sono il nostro passato, su cui si deve basare il nostro futuro, sia che questo significhi consolidare certi aspetti sia prendere le distanze da altri.
Allora che si fa?
Allora si mantiene il colore, ovvero tutto ciò che ci definisce come persona, che se fosse diverso stonerebbe su di noi: gli affetti, gli ideali, l'educazione, la cultura popolare (il cibo! la cultura del cibo!).
Allora si cambia la texture: si impara e ci si abitua alle condizioni esterne e si capisce cosa cambiare per adattarsi. Immagino che una gran fetta di cosa cambiare sia riconducibile alle aspettative: nei confronti degli altri come singoli, nei confronti degli altri come comunità. Qualcuno direbbe che è proprio il concetto di aspettativa ad essere sbagliato e mi troverei d'accordo, ma tra la teoria e la pratica c'è sempre un po' di differenza: quindi per il momento mi accontento di ridimensionarle, se non di eliminarle del tutto.

Capire cos'è colore e cosa texture non è sempre facile. Si va avanti a tentativi, come d'altronde coi fondotinta: solo che a sbagliare forse si perde qualcosa in più di qualche euro.
E mentre scrivevo questo post, mi è venuta in mente un'altra analogia che rende tutta questa metafora ancora più calzante. Non sempre la texture più adatta al momento è quella preferita in assoluto: incaponirsi però serve solo a non ottenere l'effetto desiderato.


[Sopravvissuti al post metafora?]


* Pur essendo fortunatamente fuori dal ciclone della televisione generalista e qualunquista - quanti punti spocchiosità ho appena conquistato? - ci sono dei feticci che, se e quando capita (ora molto meno, non avendo televisione), attirano morbosamente la mia attenzione. Tra questi, ci sono i programmi volgari, casca-braccia e abbasso-morale tipo Jersey Shore. Trovo il loro rivoluzionare la scala delle priorità affascinante. Quasi.

lunedì 22 febbraio 2016

Mi sono trasferita.

Ho realizzato pochi giorni fa che io, qui, a Namur, mi ci sono trasferita.
Non per un weekend, non per un mese, e nemmeno per un anno. Ma per davvero.
Il trigger istantaneo è stata la pianificazione dell'iscrizione al centro sportivo universitario, che io ho scoperto tipo una settimana fa... un applauso per la sottoscritta? E che tra l'altro è a cinque minuti da casa, ça va sans dire.
Il vero fattore che ha costruito le fondamenta di questa improvvisa illuminazione, però, è stato un altro.
Io sono qui, a #namurdecittà, G. è nell'Oxfordshire (comunicazione semplice, diretta, senza troppe spiegazioni né contestualizzazioni. Ce la siamo cavata abbastanza bene, dai); questo prevede, come si può ben immaginare, una certa quantità di viaggi tra il Belgio e l'Inghilterra: il mio saldo punti (acquistati, non ancora utilizzabili) del programma fedeltà dell'Eurostar è già imbarazzante, per dire.

Lo scorso weekend è stato il primo in cui, tra i piccioncini, quello viaggiatore aveva bandiera belga, che poi è un modo complicato e forse mal riuscito per dire che è stato il mio turno di muovere il cu spostarsi. Ciò richiede, in una certa misura, una trasformazione.
Cambia il documento. Carta d'identità ---> passaporto: l'ultima volta che ho provato ad entrare negli UK con la carta d'identità hanno pensato fossi dell'Europa dell'Est e che il mio documento fosse falso. Scene esilaranti, per cui al controllo passaporti non erano convinti che il colore degli occhi fosse davvero blu e che parlassi italiano: "Do you speak Italian?" "Yes!". Dopo una decina di secondi di silenzio attonito e di sopracciglia alzate, ho capito (suvvia, erano pur sempre le 3 di notte!) che volevano lo dimostrassi. Spoiler: nun m'ha aretto di insultarli in romanaccio.
Cambiano i mezzi di trasporto: Oxford Key Pass e Oyster Card in tasca, ché mica poi a Londra si ha tempo da perdere!
Cambia la valuta. No, non è vero, tanto pago sempre con la carta. Ma fa figo scriverlo (?).
Cambia la lingua. Perché è vero che il mio francese ancora zoppica (... come? Dite che è più corretto "latita"?...), ma mi hanno insegnato che l'educazione è importante e salutare quando si entra da qualche parte è buona creanza: esordire con "Bonjour!" in Inghilterra potrebbe sembrare inutilmente eccentrico e innescare strane e imbarazzanti conversazioni con eventuali francofoni presenti.
Cambia l'atmosfera in generale. E io mi sento un po' come il Sindaco di Halloweentown.

Magari con entrambe le facce più carine...
Il cambio è quasi altrettanto repentino, ma immagino che con il passare del tempo diventerà più fluido ed armonioso: perché il punto è proprio questo, che le due realtà, d'ora in poi, dovranno convivere.
Non si tratta di una tantum, non è un "questa volta così, poi la prossima chissà", com'è stato finora: è una nuova routine che si instaura, e questo perché i due capolinea, partenza e arrivo, saranno, per qualche anno, sempre gli stessi.

E questo perché, signore mie, ci siamo trasferite.