Chi?

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Namur, Belgium
Gattofila, razionalmente disordinata, ossessivo-compulsiva part-time.

giovedì 18 agosto 2016

Blateramenti scollegati.

Va' se non è passato un po' di tempo dall'ultima volta che ho pubblicato qualcosa!
Che dire, ho passato tre settimane in Italia, da lì mi era difficile trovare spunti per raccontare di come vanno le cose invece... qui. E d'altronde avevo da godermi un po' di tempo a Casa, per cui ho messo un po' in pausa le dita ed evitato di scrivere anche di pensieri parole opere e omissioni.

Però ora che sono tornata a Namur, e ora che il Belgio dopo due giorni di sole splendente si è ricordato di essere il Belgio ed è tornato nuvolo, mi rimetto volentieri seduta alla scrivania a blaterare qualcosa. Di un po' di cose sparse e scollegate, a dir la verità, ma 'sti giorni o questo o niente.

L'imbarazzo facile.
È sempre bello tornare a casa. Sempre. Ho scoperto però che si è generata una cosa che mi provoca forte imbarazzo e grande piacere, lasciandomi un po' intontita nel cercare di capire cosa prevale e nel contempo dare una risposta che non sia un blateramento senza senso; la frase tipo è "leggo il tuo blog, mi piace come scrivi!".
"Oh, te la stai a tirà!". No, è che mi spiace non riuscire mai a rispondere mostrando quanto apprezzi questo genere di commenti: io scrivo principalmente per me, poi con un intento informativo, infine per mantenere un po' allenata la capacità di scrittura. Ma il fatto che addirittura ad alcuni (solo ad alcuni, eh!, per carità) piaccia un po' mi spiazza. Un po' perché quando mi rileggo vorrei averlo riscritto cento volte meglio, ma già pubblico a singhiozzo così, figuriamoci se mi formalizzassi; un po' perché non so mai come reagire, visto che qualche tempo fa ho deciso che schernirsi in risposta ad un complimento è un comportamento becero per infinite ragioni, ma è anche l'unica cosa che di solito riesco a fare. E quindi infiniti momenti di enpasse.
[Comunque grazie. Mi trasformo in un mollusco semovente incapace di parlare ma apprezzo sempre quando succede.]

Quei profili da seguire vedere.
Instagram mi piace moltissimo: l'espressione tramite immagini mi ha sempre attirata, fin da piccola. Il fatto che la mia memoria lavori spesso (e forse anche meglio) per immagini fa sì che mi incuriosiscano molto le storie delle persone raccontate attraverso delle fotografie.
Chi seguo mediamente? Amici, blogger, qualche personaggio un po' più noto. Ma quelli che mi piacciono da matti e di cui ammiro tantissimo la coerenza, sono i profili tematici. In particolare tre sono bellissimi, e mi sembra proprio un peccato non lasciarveli come spunto:
  • Girls and their Cats: non è difficile che anche solo dopo qualche secondo di conoscenza, si sappia che ho un po' di... problemi, coi gatti. Più volte, indipendentemente dal tipo di interlocutore, ho interrotto conversazioni al grido(lino) di "Ommioddiomachebelmicino!Maquantoseibellomaquantoseipelosoeciuciuciuciaciacia". Le persone che mi vogliono davvero bene si riconoscono perché sanno del problema ma mi accettano lo stesso: non si stupiscono più di avere di fronte una persona con una dignità e una compostezza e un attimo dopo un ammasso disciolto di umano il cui unico scopo è quello di catturare anche solo uno sguardo dell'appena apparso felino.
    Girls and their Cats racconta storie di donne e dei loro amici mici, di come si sono incontrati e di come è evoluto il loro rapporto, accompagnate ovviamente da foto che in un singolo scatto colgono il carattere della Lei di turno e di quel bellissimissimoconcentratodifelinitàchehadellebellissimezamponepelose. AHEM.
    È interessante leggere come ogni "coppia" sia diversa dall'altra, di come gli approcci (umani e felini) siano diversi ma come l'amore e il legame che traspaiono siano sempre gli stessi. Fusa a go go. 
  • What Fran Wore: chi mi conosce un po' più approfonditamente sa che ho amori viscerali e spesso insensati per alcune cose random, tra cui il cocomero, alcuni programmi che continuo a guardare pensando e dicendo "è tutto finto", "Santo Cielo", "che squallore", i gatti (ma di gatti abbiamo già parlato). Uno di questi amori è sempre stato La Tata. Neanche la delusione (prevedibile, usando un po' di zucca. A mia discolpa, è successo molti anni fa) di scoprire che nell'originale Tata Francesca non era di Frosinone ma bensì ebrea ha scalfito la passione. Prendiamo questo sentimento ed uniamolo ad un più (molto) moderato interesse per la moda e capiamo perché What Fran Wore è diventato uno dei miei profili preferiti. Vedere per capire.
    E se non capite non so se possiamo essere amici.
  • Smiling Brinks: questo è il più bello in assoluto, è la chicca che ogni volta che appare nella timeline mi fa fermare per qualche secondo, mi scalda il cuoricino e mi stampa un sorrisone in faccia. Lui è il cane più felice del mondo, e sfido chiunque di voi a non lasciarsi contagiare. Forza, aprite il link, guardate anche solo un paio di foto e tornate qui.

    Fatto? Avete perso, nevvero?
Quegli enormi cosi gialli.
Mi ha colpito fin dal principio l'assiduità con cui le aule studio delle varie facoltà siano sempre piene. Da Gennaio a Luglio, dalle sette di mattina alla notte (alcune sono aperte 24 ore su 24), ci sarà sempre qualche studente chino sui libri o seduto a ripetere a se stesso, rigorosamente in silenzio, nella speranza di ricordare. È da un po' che penso di scrivere un post sulle differenze tra il sistema universitario in cui sono cresciuta e quello che sto scoprendo qui, ma la questione merita un post a parte e ben scritto "ma non è questo il giorno!" (cit.). Ci tenevo però a scrivere di una cosa buffa che ho notato in questi due giorni: vista la prima volta, ho cominciato a notarla sempre di più, dappertutto, e mi chiedo come sia stato possibile non vederla prima.
Cuffie gialle.
Enormi cuffie gialle cancella rumore. Non so perché siano tutte gialle, la prima cosa che mi è venuta da pensare è che magari è un modello economico e che funziona, o forse semplicemente non essendo Namur una metropoli è l'unico facilmente reperibile. Non so. Fatto sta che tantissimi studenti studiano con queste enormi cuffie gialle sulle orecchie, siano essi nelle aule studio dedicate, in quelle che noi chiameremmo "residenze" o per i corridoi (sfruttando i banchi lì disposti). Non sentono musica, perlomeno non in quel momento, servono solo ad isolarsi dal mondo esterno: come se ad indossarle diventassero Super Sayan dello studio. Sono quasi un po' dispiaciuta di non averci pensato io, durante quei medio-brevi ma intensissimi periodi di studio matto e disperatissimo.
Se non avessero funzionato quale cancella rumore, almeno avrei potuto tirarle a quelli che parlavano in biblioteca.

lunedì 18 luglio 2016

Tutta colpa delle birre

Lo scorso weekend sono venuti a trovarmi sia G. che L., un po' per conoscere Namur (in particolare L., che G. ormai la sa a memoria) ma soprattutto per passare del tempo insieme, ché il vivere in tre Paesi diversi e l'avere tempi di ritorno in Italia non sincronizzati non aiutano molto a vedersi.
Non è che Namur sia esattamente una metropoli nugolo di attrazioni, anche se qualche bella passeggiata non manca e osservando la città dall'alto della Cittadella abbiamo scoperto che alla fiera ci sono le giostre (le giostre! La me bambina saltella ancora adesso sul posto!). Però ecco, insomma, se si è appiedati e al centro non è che proprio ci siano giornate intere da riempire con cose da fare.

Fortunatamente il Belgio offre una serie di intrattenimenti che ci gustano parecchio: birre, decine di birre buone. Ma quali pinte calde e annacquate inglesi, dimenticate le bionde scialbe francesi: un qualunque pub di media qualità vi proporrà una selezione che soddisfa tutti i gusti, dalle blanches (... de gustibus...) alle corpose brune, esplorando con gioia e tripudio tutto ciò che c'è nel mezzo.
E io che comincio a darlo per scontato!
Complice un weekend particolarmente caldo e asciutto, abbiamo goduto di quella che finora è stata una fantomatica leggenda: l'aperto. Dall'aperitivo alla tarda serata passando per la cena, placidi e soddisfatti abbiamo sorseggiato le nostre birre seduti all'aria "fresca", così come siamo stati abituati da anni di Roma. E così, tra un cubetto di formaggio e uno scambio di opinioni, il tempo è trascorso senza che ci servisse altro, rilassatamente seduti alla luce del tramonto o sotto il cielo stellato.

"Ma perché ci racconti tutto questo?"
Perché ho assaporato cosa vorrebbe (vorrà?) dire vivere questa realtà al suo meglio e con le Persone giuste, con quelle con cui c'è davvero una profonda sintonia. Ed è stato allo stesso tempo rilassante e malinconico.
"E dovevi aspettare 'sti due? Non hai ancora trovato qualcuno lì?"
Chissà. Aldilà dell'amore per la bevanda luppolata (che è meno diffuso di quanto pensassi, evidentemente), non mi è ancora molto chiaro se il periodo di studio e approvazione reciproco è normale sia così più lungo rispetto a quanto sia abituata o se apparteniamo a due piani diversi (per cultura, tradizione e usanze) che si intersecano piacevolmente ma non si sovrapporranno in ogni caso.
"Sei triste?"
Non proprio. Ho imparato a convivere con una delicata ma costante nostalgia da anni ormai, anche se l'oggetto di tale sensazione è mutato nel tempo (n.d.a., si è moltiplicato). È strano però provare nostalgia per qualcosa che ancora non è esistito, per qualcosa di cui si è conosciuta solo una breve proiezione, magari nemmeno realistica. Forse sarebbe semplicemente più corretto definirla mancanza. Certo è che ancora una volta ho capito che un Luogo non è composto solo dal Dove ma anche dal Chi: e forse quello che è successo (e che succede ogni volta che qualcuno viene a trovarmi) è che mi è stato mostrato un altro Luogo, bello e accogliente, ma diverso dal Luogo reale del quotidiano.

O forse fremo solo all'idea che tra poco torno a Casa, anche solo per le vacanze.

giovedì 7 luglio 2016

Parlare con le persone.

Una decina di giorni fa ho preso armi e bagagli e sono partita alla volta di Bad Honnef, ridente paesino tedesco nei pressi di Colonia. Obiettivo della spedizione? Partecipare ad una scuola* sulla formazione degli exoplanets (che poi in italiano sarebbe "esopianeti", ma è sempre strano utilizzare la propria lingua per qualcosa di cui leggi, parli e ascolti sempre e solo in inglese).
Dopo tre treni, qualche corsa e una collega recuperata per strada, ci siamo ritrovati davanti al Centro che avrebbe ospitato la scuola: in pratica, il castello del Professor X degli X-Men.


[Ammetto che la mia impressione potrebbe essere stata esagerata dalla sorpresa e dalla fame, ma diciamo che l'atmosfera era la stessa.]

In quel posto avremmo dormito, seguito le "lezioni", mangiato (tanto!, spesso!, bene!) e bevuto.
(A tal proposito mi sento di aprire una lunga parentesi: quando ci hanno spiegato come funzionavano le cose, ci hanno parlato anche delle liste su cui avremmo dovuto annotare le bibite consumate durante i giorni, da pagare alla fine della permanenza. Ad esclusione dell'acqua e della birra alla spina, che erano gratis. Pensavamo scherzassero. E invece...)
Tutta questa lunga introduzione per dire che i 60 partecipanti (provenienti da tutto il mondo) avrebbero trascorso cinque interi giorni letteralmente insieme.

Parlando inglese.
Oh, gioia e tripudio! Comunicare! Esprimersi! Tutti nella stessa lingua!
Guidata da questa prospettiva così diversa dal mio quotidiano, a differenza del solito sono stata la persona più comunicativa e più socievole del mondo: addio problemi nel parlare con sconosciuti, benvenute conversazioni da ascensore per attaccare bottone!
Ho trascorso ore a parlare con tantissima gente diversa, tra l'altro incontrando, in un'incredibile serie di circostanze, una persona con cui ho "di seconda mano" ma stretti legami scientifici.

E però.

Tutto bellissimo, tutto fantastico, ma mi sono ritrovata a chiedermi cosa voglia dire davvero parlare con qualcuno. In situazioni di questo tipo capita spesso di essere interrotti, di vedersi accavallare argomenti, di deviare per un attimo la conversazione: il 90% delle volte, il mio interlocutore non ha ripreso il filo del discorso.
In principio, l'ho notato soprattutto quando il discorso interrotto era il mio: avevo premuto il tasto "pause" e adeguatamente riservato uno spazio nel mio cervello per ricordarmi cosa stavo dicendo, perché lo stavo dicendo e come avrei continuato; mi lasciavo guidare da quella sorta di aspettativa che mi generano sempre le cose lasciate in sospeso per essere riprese; aspettavo il momento in cui l'altro (o l'altra) avrebbe voluto sentire la fine della storia.
E invece nulla.
Ora, non è che io pretenda di dire sempre cose interessanti o divertenti, anzi: però per me è inconcepibile. Fa parte del mio schema mentale da sempre. E lo so perché Madre ha spesso la brutta (nella mia scala valutativa, ovviamente) abitudine, quando siamo a tavola, di iniziare un concetto o una frase e poi prendere una bella forchettata dal piatto. Prima di aver finito di dire quello che stava dicendo. E come la buona educazione insegna, non si parla con la bocca piena. Quindi ben conosco la sensazione di suspence del dover aspettare per sapere la fine, la straziante attesa di quel qualcosa che completi il puzzle e faccia rilasciare al mio cervello il meraviglioso segnale di "ok, anche questa volta ce l'abbiamo fatta, nessuna cosa in sospeso!". E questo indipendentemente dall'argomento: può anche non interessarmi, ma io devo sapere come va a finire.
Per me è dunque assolutamente naturale e fondamentale chiedere, in caso il mio interlocutore sia stato interrotto: "dunque, stavi dicendo?". E il fatto che per gli altri non sia lo stesso, mi lascia sempre un po' sconcertata.
C'è sempre l'opzione di riprendere il discorso da sé, che è ciò che di solito faccio quando ritengo che quello che sto dicendo valga davvero la pena, in termini di interesse o divertimento. Succede spesso, ma che ci posso fare se ho tantissime valide cose da dire? [IRONIA]
Siccome cominciavo a notare spesso questa tendenza, ho intrapreso un piccolo esperimento: quando il discorso lasciato a metà non era il mio, la maggior parte delle volte ho evitato di riprenderlo per vedere cosa sarebbe successo. Potete immaginare che dolore mentale per me non completare qualcosa pur avendone la possibilità, ma cosa non si fa per la scienza?!
Ebbene, spesso il discorso non è stato ripreso. La persona che avevo di fronte non ha continuato. Cominciava quindi a non essere più un problema di "magari non capisce il valore del mio brillante discorseggiare", ma di quale fosse il valore attribuito alla conversazione. Se non ti interessa quello che sto dicendo ma non ti interessa nemmeno finire quello che tu stai dicendo, allora non stiamo comunicando, non stai cercando di trasmettermi un messaggio: stiamo riempiendo il silenzio, stiamo facendo scorrere il tempo, stiamo togliendo la ruggine al nostro inglese. Per carità, potrebbe andare pure bene, ma siamo su due canali completamente differenti.

Non è successo con tutti, ovviamente. Ci sono state molte persone con cui ho connesso subito, con cui ho parlato moltissimo e riso tantissimo. Ho conosciuto tanti che spero di incontrare di nuovo, in situazioni simili. Ho portato a casa tutto questo.
Ma ho anche portato a casa la consapevolezza che il mondo è pieno di effimere conversazioni e di parole dette tanto per riempirsi la bocca, il che è addirittura oltre l'essere interessato solo a quello che riguarda il sé. È il segreto di Pulcinella? Magari si, magari ho scoperto l'acqua calda perché non mi capita così spesso di avere a che fare in modo intensivo con decine di persone sconosciute. Di sicuro, ho scoperto un'altra cosa che mi lascia un po' di tristezza addosso.



* piccolo appunto linguistico. Nel mondo scientifico italiano, io ho sempre sentito utilizzare il termine "scuola", inteso come un insieme di workshop e lezioni riguardanti uno stesso argomento, con una costruzione equivalente a quella del termine "corso". Da cui la frase "partecipare ad una scuola". L'appunto deriva dalle critiche ricevute in famiglia non appena ho utilizzato questa espressione, cosa che mi ha colpito perché per me (e per migliaia di altre persone) è naturale.
È anche corretto? Non so, ma entrando in una comunità ci si deve adeguare al suo linguaggio.

venerdì 24 giugno 2016

Merci!


Parlavo qualche tempo fa con E. e commentavo il fatto che non essere padrona del francese non mi permette di essere gentile come vorrei.
"Beh, perché? Se sai salutare, dire grazie prego arrivederci, hai tutto il necessario".

La risposta mi ha spiazzata, e non capivo bene come mai: il ragionamento di per sé non faceva una piega, soprattutto se contestualizzato ad una situazione qualunque nel quotidiano al di fuori dell'università, ma non ero convinta.
C'ho pensato un po' su e ho capito dove stava la magagna: ora sono più tranquilla (perché davvero mi tormentava il pensiero di non capire) e voi avete qualcosa da leggere.

Il punto è che dire "buongiorno buonasera grazie prego arrivederci" non è gentilezza, è educazione. E se l'educazione è necessaria per essere gentili, le due cose non si equivalgono.
Cos'è quindi che mi manca? Perché ogni volta che sostengo brevi (brevissime!) conversazioni ho un groppino in gola per la consapevolezza di avere una capacità comunicativa gentile limitata? In che modo sarei gentile ad esempio con la cassiera del supermercato, se potessi esprimermi compiutamente? Beninteso, non mi riferisco ad una consuetudine, non avrei una check-list del tipo "buste della spesa-carta di credito-gentilezza", ma parlo di una mezza parola o una battuta mossa dalla spontaneità del momento. Non ho trovato esempi concreti, so che è successo innumerevoli volte (in altre due lingue) ma non saprei citare un episodio in particolare: proprio perché sono cose spontanee e piccolissime evidentemente lasciano il ricordo della sensazione, non del fatto. Lo facci(am)o per puro spirito gentilezza? Per la maggior parte si, ma esiste anche quella percentuale di autocompiacimento nel riconoscersi quale brava persona che forse non è il motore dell'atto, ma sicuramente ne è una graditissima conseguenza che dà un po' di dipendenza. Che è poi anche parte del motivo per cui spesso sono (siamo?) gentile con estranei anche quando lo sono meno con persone che conosco ma con cui non ho un feeling particolare, o con cui non condivido una simpatia.
[Spero questo risponda a chi leggendo si sia domandato: "Gentile? Ma chi, QUELLA?"]

C'è una vecchina che abita su una delle stradine per andare al supermercato; la porta che affaccia sul suo giardino dà direttamente sul marciapiede, in curva. La strada è piccina, ma abbastanza animata dal passaggio di persone (per la maggior parte studenti) e di qualche macchina.
E la vecchina sta lì, in piedi sul marciapiede, con il giardino che si intravede dalla porta alle sue spalle: non aspetta nessuno, non cerca qualcuno in particolare, non è con nessuno. Che sia freddo inverno o afosa estate, lei è lì, e le persone e le macchine le scorrono affianco in un flusso che la sfiora ma non la accarezza. Facevo parte anche io di quel flusso, fino a quando una volta le siamo passati accanto con i miei genitori e Madre l'ha salutata: e con che espressione contenta ci ha risalutati! Da quel momento ho cominciato a fare caso alla sua presenza, e a percepire un po' di solitudine (o magari è la vecchina più attiva del mondo e in quei momenti "scappa" da una casa piena di nipotini e di amore, eh!, chissà. Però non sembrerebbe).
Cerco allora di darle ogni volta tutto ciò che ho a mia disposizione in questo momento: attenzione e un sorriso.
"Bonjour Madame!"
"Bonjour, et merci!"

Lo sto studiando nel frattempo il francese, ma forse non è poi così indispensabile per suscitare un caldo e sincero sorrisone un po' sdentato.
È comunque un buon inizio.



Ps: e niente, pare il supermercato e tutto ciò che lo concerne stiano cominciando a diventare il centro del mio mondo.

domenica 12 giugno 2016

Da grandi superpoteri derivano grandi responsabilità. Da quelli stupidi...

Chi non vorrebbe essere un supereroe? Io si.
La fama? La gloria? Sapere di poter aiutare il mondo? Tutto molto bello, ma il vero motivo è che ci deve essere un fondo di categoria per supereroi, perché questi passano il loro tempo in giro a salvare quello di là, a sgominare quegli altri di là, ma o non hanno un lavoro conosciuto o con quello che hanno e fanno malissimo (perché supereroe o no, sempre 24 ore c'hai) riescono miracolosamente a sopravvivere. Mai un tizio in un costume che soffra la fame. Capiamo che non è possibile. Quindi una volta che sei della cricca, stai a posto a vita.

Ora, per fare il supereroe serve un superpotere.
A meno che non siate multimiliardari, tipo Ironman o Batman. Ma giacché non sto nascondendo conti offshore, saprete che non è questo il mio caso: abbisogno quindi di un superpotere come si deve.
La questione mi ha coinvolta parecchio, per cui ho potuto buttar giù una lista di plausibili capacità straordinarie che in qualche modo contorto potrebbero valermi un (probabilmente ridicolo) costume colorato.

Rinsecchimento di blog.
È più o meno matematico. Inizio a seguire un blog aggiornato costantemente e con contenuti interessanti; il blog inizia ad avere contenuti nuovi sempre più sporadicamente; a volte addirittura i nuovi post non solo sono sporadici, ma fanno pure schifo; si giunge ad una fredda, inaggiornata morte. Nel migliore dei casi, resta comunque aperto, abbandonato, per cui almeno c'è la possibilità di rileggere vecchi post meritevoli: triste evenienza, ma con un lato positivo. Nel peggiore dei casi, sparisce per sempre.
Possibile uso. Scie chimiche, vaccini che causano l'autismo, complottismi, rettiliani, neofascismi: di blog da far chiudere e dimenticare per sempre ce ne sono talmente tanti che questo superpotere rischia quasi di essere utile.
Ma che immagine di transizione
tra i due argomenti vi ho trovato, eh?!

Autosabotazione igienica.
"Uh, ma guarda, ho appena finito il rotolo di carta igienica. Ora lo sostituisco immediatamente, così la prossima volta non mi ritroverò in una spiacevole e scomoda situazione!"
(Più tardi)
"D'oh!"
Possibile uso: non pervenuto. Ma il potere è grande in questa idiota.


Procrastination mon amour.
Qui so alcuni di voi penseranno di poter competere, ma vi assicuro che sono un peso massimo nella categoria. Che si parli di lavoro o di faccende di casa, non esiste limite temporale che non possa essere indefinitamente avvicinato senza aver portato a termine il compito. D'altronde, alla fine le cose vanno fatte, il che si traduce in molteplici disdicevoli scenari.
Deadline sul lavoro? Nottate passate davanti al computer con gli occhi iniettati di sangue dalla carenza di sonno, litri di tè o caffè (nei casi più disperati), nuovi capelli bianchi, automaledizioni e solenne promesse: "dalla prossima volta, comincerò a lavorarci per tempo". Pernacchie incredule come se piovesse.
Bisogna fare la spesa? La nostra eroina si ritrova alla fine con svariate buste della spesa il cui peso varia a seconda dell'intensità con cui si sfrutta il potere, ma che solitamente non è mai inferiore ai 5-6 kg. Per busta. Quella volta che si raggiunse il massimo, avendo svuotato completamente il freezer e saccheggiato le scorte di verdure in lattina (tenute in casa per le emergenze e non per uso quotidiano, tranquilla Madre), il peso delle buste fu tale da farmi avere braccia doloranti per due giorni.
È ora di fare le pulizie? Invece di suddividere il tutto in piccoli compiti quotidiani, si rimanda tutto ovviamente a quando la situazione è quasi al limite (quasi, perché non disdegno comunque l'igiene). Quelli che potrebbero essere pochi minuti al giorno di pulizie si accumulano inevitabilmente fino a generare una trasformazione alla Hulk: invece che grosso omone verde, mi ritrovo massaia, febbrilmente alla caccia dell'ultimo granello di polvere. Che, per la cronaca, non è mai davvero l'ultimo.
Possibile uso. Si accettano suggerimenti: anche in questo caso, il potere è talmente forte in me da rendere il suo inutilizzo un vero spreco per l'umanità. O così mi piace credere.

Disfunzione vestiaria.
Uno dei miei preferiti: consiste nell'incapacità di vestirsi coerentemente con la temperatura esterna del giorno. È sempre stato il mio tallone d'Achille durante quelle che una volta si chiamavano mezze stagioni e che ora sono "quei giorni di transizione a caso", ma qui in Belgio la situazione si fa ancora più interessante, perché a priori può piovere sempre. A maggior ragione è quindi richiesto uno studio accurato della situazione, per poter bilanciare il calore e l'impermeabilità dei vestiti, ma niente, non ce la si fa. È che mi scordo proprio della possibilità di mettere il naso (o la mano, ché mi sembra più pratico) fuori dalla finestra la mattina.
Possibile uso: facile. Infiltrandomi nel servizio meteo del nemico, potrei agilmente suggerire l'abbigliamento più inadeguato (senza neanche impegnarmi, tra l'altro).
"Signore, ha iniziato a piovere: procediamo con l'invasione?"
"Ma no, sciocchino!, era previsto sole: abbiamo i mocassini di camoscio, ci si sciupano!"
Nessuna donna normale si veste COSÌ sapendo che piove COSÌ.

giovedì 2 giugno 2016

May pills


"Non scrivi più."
Eh, si, lo so che non pubblico più da un po'. Ho anche cominciato a scriverlo, qualche post: ho bozze mezze smangiucchiate sparse su blogger, evernote, su carta, ma la verità è che spesso altro non erano che un flusso di coscienza sconclusionato e troppo personale. Ho già fatto questo errore in passato, quindi credo di essere ipersensibile alla problematica del "è troppo?": forse scambio il profondo col personale, forse le due cose sono inseparabili, forse ero semplicemente poco ispirata.
E sì che ce ne sono state di cose da scrivere! Anzi, riassumiamo un attimo Maggio.


Ci sono stati Madre e Padre: hanno beccato i migliori quattro giorni che abbia mai visto qui a Namur, con sole splendente e festival di arti circensi. Ho trascorso quattro giorni a dire "che culo che avete".
Ci sono state lauree, ma a casa: la lista delle cose che sto perdendo si allunga inesorabilmente, e averlo saputo fin dall'inizio non aiuta.
C'è stato un weekend lungo di vera primavera in Inghilterra, con un sole pallido ma splendente e un'esplosione di verde e fiori da stringere il cuore.

Ci sono stati giorni brutti e tristi e pesanti, di quelli che ti fanno porre molte domande che spaventano, figuriamoci le risposte.
C'è stata Parigi, di nuovo: vino, formaggi, calore umano e il lusso di lasciar perdere i posti turistici e godersi la città, perché tanto hai già visto le cose più importanti e l'ansia da turista perfetto l'hai lasciata a casa. E poi hai la poco vaga sensazione che ci tornerai "presto".
C'è lo sciopero del sistema ferroviario che ormai va avanti da una settimana quasi ininterrottamente, ma solo in Vallonia:

Il Paese è quindi bloccato, ma solo per metà. Un po' fa ridere, ma solo un po', soprattutto quando non hai mezzi alternativi e l'incognita è "tornerò a casa?". Magari di domenica notte, con la sveglia il giorno dopo alle 6:00.
Ci sono stati workshop intensi, prima a Namur e poi a Liegi, di quelli che quando esci hai il cervello annebbiato per la concentrazione e vaghi come uno zombie. Soprattutto se ti svegli ad un'ora indecente per questo cavolo di sciopero dei treni.
C'è quest'insonnia che non è una vera e propria insonnia: è più voglia di non andare a dormire (direi ad Ambrogio dei Ferrero Rocher). Nonostante la stanchezza ed il bisogno di riposo, per giorni di fila dormo cinque, massimo sei ore perché prima delle due non c'è verso di appoggiare la testa sul cuscino. E che fai nel frattempo? Niente di produttivo, generalmente. E tuttavia mi è proprio difficile decidere che ora basta, si dorme.

Di molti di questi fatti avevo iniziato a scrivere ma no, non ho partorito niente che valesse la pena. Però ecco, non vi preoccupate. È solo che sono successe molte cose.

martedì 3 maggio 2016

Il condominio del mistero: parte seconda

Il condominio del mistero, nel frattempo, ha regalato qualche perla contro la noia: prima di continuare a leggere, vi consiglio caldamente di rinfrescarvi la memoria.
Fatto? Si proceda allora!

La conoscenza prima di tutto #1.
Il famoso dirimpettaio tedesco del 203 si è in realtà rivelata essere la dirimpettaia asiatica. "Rivelata" racchiude forse in sé una connotazione di completezza e certezza che non si applica certamente a questo caso; dopo quello strano incontro non ho più incrociato nessuno dei due (si suppone stessero insieme), ma un lampo di genio à la Sherlock mi ha fatto controllare il nome che figurava sul citofono: chiaramente asiatico. Incrociando le informazioni con V., che l'aveva intravista, abbiamo quindi dedotto che la reale inquilina fosse la ragazza, e non lui.
Ma tutto questo non ha importanza, visto che un paio di settimane dopo si è trasferita e quindi addio.
Ne ho sentito la mancanza? Direi di no, visto che la cosa me l'ha fatta notare O., il nuovo inquilino...

La conoscenza prima di tutto #2.
Ad un certo punto è comparso un palloncino nell'ascensore che annunciava la nascita di una bimba. Nell'appartamento sopra al mio.
Inutile dire che non avevo la minima idea di chi mi abitasse sulla testa, figuriamoci che fosse incinta. Sono seguiti giorni di imbarazzo ad ogni incontro con ragazze/donne semisconosciute del palazzo, con sguardi investigatori: "sembra una che ha appena partorito? E poi che faccio, che le dico? 'Ah ciao non ho idea di chi tu sia ma sono davvero strafelice per te' non suona bene". Comunque.
Già immaginavo notti insonni a fissare il soffitto col sottofondo dei pianti della bimba, ma fortunatamente piange poco e col volume al minimo.
La nonna (che so esser la nonna per averla incontrata in lavanderia e per il solito gioco di deduzioni) invece passa le sue giornate a canticchiare cantilene e frasi in quella lingua strana che noi adulti parliamo ogni volta che ci troviamo davanti ad un bambino piccolo. È piccolo, non è idiota. E soprattutto non trarrà nessun beneficio da una serie di "bu bu bu, da da da". Nessuno.
Ma lei continua, tutto il santo giorno, in un gioco di autocompiacimento che porta a lei soddisfazione, a me crisi di nervi. Forse anche alla bimba, ché a me sembra pianga di più quando lo fa.

Come conquistare la lavatrice dei tuoi sogni.
[O anche proprio non quella, ché già trovarne una...]
Questo titolo da film scadente americano si addice completamente alla situazione che viviamo ogni giorno con la lavatrice. Sei piani, due appartamenti per piano, per un totale di dodici appartamenti.

Una sola lavatrice.

Lavare i vestiti richiede un attento gioco di strategia per evitare i momenti in cui la lavatrice è sempre occupata o per accaparrarsi il turno migliore: gente che si sveglia presto la mattina per stendere i vestiti prima di andare al lavoro, persone che sfruttano la pausa pranzo, corse giù per le scale per arrivare prima di chi è in ascensore (no, questa non è vera. O forse...). La domenica, poi, è off-limits, o solo per i più temerari.
L'avanzato elettrodomestico ha uno schermino in cui è indicato il tempo rimanente alla fine del programma in corso: sarebbe molto utile, se non fosse che dà solo indicazioni di massima. E non è che è costante nel sovrastimare o sottostimare il tempo, ma dipende: sono stati quindi necessari un attento studio e qualche prova per affinare la tecnica, e ancora la perfezione è lontana. Non si contano gli inutili viaggi in ascensore pensando che sia finita e invece no, ancora dieci minuti. 
M. -"Ma erano dieci minuti anche cinque minuti fa, quando sono scesa prima!".
A.M. (aggeggio malefico) - "Ho detto ancora dieci minuti."

Un grande problema è costituito da quelli che lasciano i vestiti lì. A rilassarsi. Ma mica per poco!, per decine di minuti dopo che il lavaggio è terminato. Sia mai che i poveri capi si stressino per i troppi spostamenti.
È capitato spesso quindi che la Nostra scendesse per provare ad usare la lavatrice e la trovasse occupata. Tornasse alla fine del programma ingenuamente pensando l'avrebbe trovata libera. Aspettasse per dieci minuti. Decidesse di tornare dopo altri dieci. Trovasse i vestiti non suoi ancora lì. Imprecasse e se ne andasse.
Questo prima di scoprire che non esiste alcuna remora nel liberare la lavatrice per proprio conto: spesso vengono lasciate anche le buste o le ceste da riempire, tanto spesso succede. Ho ceduto di malavoglia a questa pratica, per molti motivi: qualunque scrupolo è stato però spazzato via quando una volta, dopo aver riposto vestiti di altri nelle apposite buste, sono riuscita a fare ben due lavatrici prima che sparissero (recuperati dal proprietario, immagino). 
I sospetti sul colpevole sono ricaduti quasi inconfutabilmente sull'ammorbante nonnina.

Immondizie
La spazzatura biodegradabile e l'indifferenziata vengono raccolte la mattina presto due volte a settimana: il lunedì e il giovedì sera, dunque, c'è un'intesa attività di sali scendi degli abitanti del condominio per portare le buste fuori dal portone, sul marciapiede. Una volta ogni due settimane tocca alla carta, sempre una volta ogni due alla plastica.
[n.d.a.: di solito mi ricordo quando sono già in pigiama. con conseguenti auto-maledizioni e vestizioni a strati improbabili]
Io non sono una gran cuoca, chiariamo, ma sistematicamente due volte a settimana ho il mio sacchettino pieno di fondi di caffè, resti di verdure, bustine di tè, scarti di frutta, gusci d'uova, croste di formaggio: tale sacchettino, solitamente, è in nulla o poca compagnia. Le buste di indifferenziata si ammonticchiano l'una sull'altra che è una meraviglia, sacchi stracolmi di flaconi si palesano quando è il turno della plastica, cartoni traboccanti fogli e carte si impilano tendendo al cielo, ma dei sacchetti dell'umido non c'è traccia...
Ma questi... ma che mangiano?