Chi?

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Namur, Belgium
Gattofila, razionalmente disordinata, ossessivo-compulsiva part-time.

lunedì 13 marzo 2017

Gruppi Whatsapp ed expatriés.

Diciamocelo, Whatsapp è un truc ("coso") divertente. È anche utile e direi quasi necessario nel momento in cui ci si trasferisce all'estero ma a casa non si era considerati dei sociopatici: ovvero se si avevano delle relazioni sociali e tutta l'intenzione di mantenerle.
Una particolare manifestazione merita qualche parola in più: i famigerati gruppi. Una cernita naturale avviene alla partenza, cernita a cui non sopravvivono:
  • gruppi espressamente funzionali, nati con l'unico scopo si scambiarsi informazioni pratiche relative ad avvenimenti a cui non si prenderà più parte;
  • gruppi "seri" che si riferiscono alle attività di associazioni, club sportivi e simili di cui, per cause di forza maggiore (= non possedere il dono dell'ubiquità) si smette di far parte;
  • gruppi caciaroni che riuniscono tantissime persone diversissime tra loro accomunate da qualcosa che si perde nel momento in cui ci si trasferisce.
Sopravvissuti a questa iniziale mattanza, mediamente i gruppi che restano sono le varie possibili declinazioni di gruppi con membri della famiglia (solo di quelli ne conto diec... no, 'spè, non è possib... dieci?!?!) e i talmente-tanti-che-non-mi-metterò-a-contare gruppi con gli amici, quelli veri.

È innegabile che siano un potente strumento per mantenere un discreto livello di comunicazione, e lo hanno dimostrato già in tempi non sospetti, quando ero ben piantata a Roma: "Ah, voi giovani! Ma non potete vedervi di persona come ai vecchi tempi e guardarvi negli occhi mentre vi raccontate le cose?". Molto volentieri, e quello è sempre stato l'obiettivo primario, ma spesso andava più o meno così:

E quindi niente, aspettando la congiunzione astrale necessaria per riuscire ad essere tutti nello stesso posto, nel frattempo ci si aggiornava via Whatsapp.
Chiaramente quest'utilità è cresciuta esponenzialmente da quando mi sono trasferita all'estero, dandomi la possibilità di rimanere facilmente in contatto con determinati gruppi di persone; come accennavo già qui, il tipo di comunicazione che permette un mezzo come Whatsapp (o simili), fatto di parole scritte ma anche di immagini e suoni, consente una condivisione più completa e immediata, capace di restituire anche atmosfere e sensazioni difficili da descrivere o che sono sfuggenti se non colte immediatamente. E questo, per mantenere un rapporto che vada al di là di un qualche "ciao come stai?" ogni tanto, aiuta.

Fin qui, tutto bene. Dov'è il "Ma"?
Il "Ma" nasce dal fatto che fortunatamente le persone che sono rimaste in Italia si vedono e interagiscono anche al di fuori della dimensione di uno smartphone (nonostante le situazioni poco più sopra descritte dall'immagine). E questo, Signora mia, è ovvio.
E allora capita spesso che nei gruppi vengano riprese conversazioni che sono iniziate IRL (In Real Life) e di cui quindi non conosci l'incipit; che vengano citate persone che non conosci, perché apparse dopo che te ne sei andata; che vengano commentati episodi che non sai, perché avvenuti "a casa"; che si facciano riferimenti a notizie ed aggiornamenti che gli altri pensano di averti già dato, e allora "ah no, hai ragione, ne abbiamo parlato a voce. Ora ti dico...".

Egocentricamente parlando, ogni tanto è capitato di storcere un po' il naso, perché insomma!, soprattutto se è una cosa rilevante, perché non le/gli è sembrato il caso di assicurarsi che lo sapessi? Perché non ha notato la mia assenza, nel gruppo di persone a cui lo diceva?
È un tipo di pensiero di cui non si è poi alla fine particolarmente fieri, ma ciclicamente ritorna e ristabilisce l'ordine quando pensi di essere una bravissima persona: magari ti meriti ancora solo un brava. O forse manco quello.
E poi sei tu ad essertene andata, sei tu ad aver deciso di voler andare all'estero, anche se saresti potuta restare: non hai fatto le valigie perché non avevi alternativa, le hai fatte perché sentivi la necessità di ampliare un po' di orizzonti. E non è che non sapessi cosa vuol dire, per i rapporti con la tua "vecchia vita", prendere e partire: durante quei quasi sei mesi a Londra è successa spesso la stessa cosa, e a volte a farlo eri proprio tu. Certo, allora si parlava di mesi e non di anni, i buchi di racconto si sarebbero colmati in fretta, stavolta chissà.
E poi dovresti essere contenta, ché senza queste incursioni su Whatsapp di faccende della vita vera, magari certe cose non le sapresti mai: meglio un accenno da cui ricostruire la storia che il nulla assoluto, no?

Che poi, senza i gruppi su Whatsapp... ma lo sai quanti gattini in meno manderesti in giro?

Eh!, eddai!, su!

giovedì 9 marzo 2017

Il Belga.

"Come va col francese?"

Benino, direi.
Da settembre ho cominciato un corso serio e strutturato di sei ore a settimana (3+3), che chiaramente è più adatto di un apprendimento "al volo" per i miei schemi mentali: ho bisogno di sapere quali sono le regole, così da poter riconoscere le miliardi di eccezioni (sigh!) e catalogarle nella giusta scatola. Tre ore due volte a settimana è un ritmo impegnativo, tant'è che spesso durante la pausa di dieci minuti (specialmente il lunedì, specialmente se vengo da un weekend negli Uk) ne approfitto e mi faccio un riposino. Perché se gli anni di studio all'università mi hanno insegnato qualcosa, è certamente la capacità di fare brevi e ristoratori pisolini appoggiata alla scrivania.
Un'altra cosa certamente interessante del seguire un corso di lingua per stranieri è il melting-pot in cui ci si ritrova immersi: la diversità di tradizioni e culture è sempre molto stimolante, soprattutto perché la nostra insegnante cerca sempre di trovare spunti per confrontarsi in tal senso. D'altronde è pur vero che nella mia classe ci sono delle persone... particolari, le cui gesta meriterebbero un post a parte (quasi quasi), per cui ogni tanto mi scatterebbero i cinque minuti. Poi si respira e via.

Il mio livello di comprensione del francese parlato è direi molto buono e piano piano gli si sta affiancando anche una basica ma efficace capacità di formulare frasi, anche non programmate in anticipo: soprattutto, la necessità di soddisfare nuove esigenze man mano che la mia permanenza qui si allunga (visite mediche, iscrizioni in piscina, abbonamenti al cinema, concerti) ha fatto sì che perdessi un po' di quel mutismo determinato dal pudore di non voler commettere errori.
Stica, insomma.

Ogni tanto però devo ricordarmi che in realtà io non sto imparando il francese, ma il francese belga: nonostante il sempre più in voga "eh ma vabbè, ma tanto è come se fossero Francesi", esistono delle interessanti differenze tra le due lingue, una delle quali in particolare può creare seri problemi di organizzazione.


n.d.a. E poi qui si è consumato il "dramma": ho scritto tutto il resto del post, con il mio bravo elenchino tutto carino tutto fru fru e poi, alla fine, facendo una ricerca per lo spelling di una parola, ho trovato questo post . Più preciso, più completo, più tutto. E niente, quindi vi lascio il link, perché davvero non mi sembrava il caso di scrivere un doppione, essendone conscia.

Se vi chiedevate dove fossi finita, sappiate che questo epic fail mi ha tolto qualunque spunto creativo. Recupererò.





giovedì 2 febbraio 2017

Domenica.

Ho trasformato la scorsa domenica in un appuntamento lungo un giorno.
Con la persona più importante.

Ho puntato la sveglia ad un orario che mi avrebbe permesso di restare sotto il morbido abbraccio del piumone ancora per un po', senza traumi da risveglio improvviso.
Sono andata ad ascoltare un concerto della corale di una mia amica e ho canticchiato silenziosamente i molti brani che conoscevo (quanto sono più interessanti le parti dei contralti!).

C'era un bel sole, ne ho approfittato per andare a scattare un po' di foto per imparare a conoscere una reflex che mi ha aspettata per troppo tempo: ho preso una bici del servizio di bike-sharing, per spingermi più in là di dove sia mai stata, per fare anche un po' la turista. Ho preso freddo, tanto, soprattutto perché furbescamente non avevo i guanti.
Ed ho sperimentato quella sensazione di dialogo interiore: andiamo ché fa freddo, ancora dieci minuti, riprendiamo la bici così arriviamo prima, no torniamo a piedi, ma come a piedi, così arriviamo al ponte col tramonto, ma fa freddo, ma il tramonto!, ... , dai che poi ti porto a prendere una bella cioccolata calda.

E concedersela!, 'sta cioccolata calda, ché cedere ad un vizio ogni tanto è più una coccola che un peccato: cioccolata calda alla soia (vergognarsi quasi a chiederlo), il latte ci fa male ma anche dire "eh si, niente panna" poi non scherza.

E poi c'è sempre una prima volta: ieri mi sono portata al cinema, da sola. Ho "scoperto" un cinema in cui proiettano i film in versione originale: non c'è un posto assegnato e tutti corrono per prendere il posto per sé e per amici in arrivo, ma essendo da sola ho trovato facilmente un sedile che era rimasto vuoto, in un buon punto. E poi intendiamoci: che differenza fa andare al cinema da soli o con qualcuno? Quando si spengono le luci si è soli con la pellicola, che importa di chi ci è a fianco? Cambia solo il dopo, il rientro verso casa: ma anche camminare sola in vie poco frequentate, pensando alla calda cena che ci aspetta, ha un suo perché.

Cresciamo con l'idea che la solitudine sia una cosa negativa, ma come tutte le cose della vita, dipende dalla quantità e dalla qualità.
Ho trasformato la scorsa domenica in un appuntamento lungo un giorno, con la persona più importante: me. Note to self: farlo più spesso.
Senza dimenticare le intere domeniche passate a dormire, ché anche quelle non sono mica male.

giovedì 26 gennaio 2017

Fantastic veggies and where to find them.

Venerdì è venuto a trovarmi G. Come da consuetudine, mi sono avviata verso la stazione del treno per fare insieme almeno l'ultimo tratto a piedi, giacché essendo sprovvista di macchina non posso alleggerirgli il viaggio in alcun modo e allora almeno lo "vado a prendere".
Indovinate un po'?
Il treno era in ritardo, di ben venti minuti: colpa mia, avrei dovuto controllare prima di uscire di casa e invece mi sono fidata. Il che è strano, considerando che non ho proprio alcuna base per farlo.
Per aggiungere furbizia alla furbizia, nonostante il freddo gelido ho ben pensato di uscire col cappotto ma vestita "da casa", che in particolare vuol dire con i leggings con cui faccio yoga: notoriamente sono piuttosto leggerini e per niente isolanti, "ma tanto vado e torno, non faccio neanche in tempo ad infreddolirmi".
Come no.
Arrivata in tempo per il treno in orario, mi sono trovata con venti minuti di attesa davanti a me, in una stazione che è gelida e, seppur chiusa, caratterizzata da una certa giannetta non indifferente. Per un attimo ho avuto la malaugurata idea di sedermi sulle panchine di metallo, ma ho resistito quei pochi secondi necessari affinché il gelo si trasmettesse attraverso i pantaloni inadeguati e poi mi sono alzata, andando verso la cabina di un ascensore che, se non altro, proteggeva da un po' di corrente.
Tutto questo per dare un po' di contesto: stazione, undici di sera, lontana dai pochi astanti che essendo giustamente vestiti in modo appropriato potevano godersi il conforto di stare seduti.
E vabbè, chi è causa del suo mal...

"Scusami, sai: le donne quando scelgono un uomo sono sicure della loro decisione, anche perché un uomo è sempre uguale. Gli uomini invece cambiano idea, prima gli piace una, poi un'altra, poi un'altra ancora..."
Buona nuova: l'ascolto periferico del francese sta migliorando.
Cattiva nuova: un personaggio un po' strano, bassetto, non proprio pulitissimo e dall'alito leggermente alcolico ha cominciato a parlarmi. E ce l'ha con me, non c'è possibilità d'errore.

Ora, data la situazione ho pensato di sfruttare a mio vantaggio la non diffusione delle lingue straniere da queste parti: ho biascicato un "Non parlo francese" col più marcato degli accenti e sperato che la cosa finisse lì, come di solito accade.
Ma no, lui volevo davvero parlare con me. Ma davvero, eh?

"Da dove vieni?"
"Italia"
E pensa un po' tu il caso: di quale lingua sapeva qualche parola?
Da quel momento in poi è stato un discorso piuttosto confuso, soprattutto perché, come ho capito dopo, le parole in italiano che conosceva erano principalmente verdure: si è dunque lanciato in un'avventurosa metafora tra i tipi di donne (...) e i differenti ortaggi.
Credo mi abbia dato della carota.
A nulla è valsa la mia faccia spaesata (inizialmente finta perché fingevo di non capire, mano a mano più autentica perché invece capivo cosa diceva ma non il suo senso), a nulla i miei désolée con espressione contrita, lui è andato avanti imperterrito. Poi ha nominato del radicchio (proprio in italiano, "radicchio") e dello zucchero, ma nel frattempo stava arrivando il treno ed ero distratta, quindi l'ho salutato e poi ciao. Avessi saputo che la barriera linguistica non avrebbe funzionato, a questo punto avrei cercato di approfondire la sua teoria sugli uomini e le donne, per cui sembrava davvero appassionato.

O, che è più importante, se fosse stato lucido gli avrei fatto un sacco di domande, visto che poi a "mente calda" ho realizzato: per la prima volta ho incontrato qualcuno che lavora con le barbabietole da zucchero.
... Ma allora non esistono solo sui libri di geografia delle medie...

domenica 22 gennaio 2017

Cari "amici" vi scrivo.

A volte mentre scorro la home page di Facebook appaiono dei contenuti di pagine o profili discutibili: succede quando un "amico" commenta o aggiunge una reazione a quel particolare post, e l'algoritmo di Mark fa sì che compaia in giro perché a priori potrebbe essere di mio interesse.
Chiariamo subito un punto, prima che si levi il grido di "ma guarda questa quant'è snob"; scorrendo la lista delle pagine a cui io stessa ho messo mi piace, non è che necessariamente troviamo solo elementi culturali e d'alto livello: parecchi sono legati a blog che parlano di trucchi, cura della pelle e capelli, ci sono youtubers, serie TV, qualche associazione a cui il like era dovuto per un motivo o per l'altro, un po' di cose sparse di cui magari non è che mi interessi molto ma sono relative ad attività di amici o di amici di amici. Quindi non è che io dica che su Facebook si debbano seguire solo filosofi e scienziati.
Però, se mi capita di vedere un post di una rivista di gossip, so di certo che non è direttamente responsabilità mia, se mi compare qualcuna delle Kardashian, so che è perché qualcuno tra i miei contatti evidentemente è interessato; etc etc.

Certi contenuti stonano talmente tanto con i miei interessi, con i miei gusti e con la mia visione delle cose che da qualche tempo la curiosità prende il sopravvento e una volta capito più o meno di cosa si sta parlando (se non è evidente ad una prima occhiata), vado a vedere il feedback che la persona che ho tra i contatti ha lasciato.

Ecco, vorrei non aver mai cominciato a farlo.

Una commenta sotto una notizia gossippara riguardante un aborto che "spiace per la creatura, ma di lei [la madre] non me ne può fregare di meno", un altro che augura la morte ad un ragazzo che fa video credendoci davvero (troppo) o trollando tutti*, altri ancora che si ergono a paladini del rispetto e dell'uguaglianza insultando e auspicando se non la morte cose piuttosto spiacevoli a questo o quel personaggio "rilevante". E sono solo i primi esempi che mi vengono in mente.


Voi mi fate paura, seriamente.


Me ne fate perché sentite il bisogno di aggiungere un vostro commento non costruttivo, non gentile e sostanzialmente inutile ad una notizia di gossip (... che già di per sé...); perché quindi pensate che serva a qualcuno; perché chiaramente la cosa in sé è per voi molto rilevante al punto da non riuscire ad esimervi dal commentarla.

Me ne fate perché spero abbiate perso il senso delle parole che scrivete, per cui un video che può essere fastidioso di una persona che chiaramente ha un ego smisurato, ecco, secondo voi un video del genere  giustifica un augurio di morte: "eh ma si fa per dire, mica si intende davvero" - col cavolo, le parole hanno un significato ben preciso e alcune sono davvero inequivocabili. E sappiate che è come di solito si giustifica chi si macchia di cyber-bullismo. Se invece le intendete davvero, è chiaro che il vostro problema va al di là dell'obiettivo di questo post.
Me ne fate perché siete talmente corrosi dal livore e dall'indignazione (a volte inevitabili, arriverei a dire) per le dichiarazioni di qualche politico populista che non solo gli date la soddisfazione e ancora più visibilità, ma vi abbassate addirittura al suo livello, andando ad infangare anche quei valori la cui difesa, forse, vi ha inizialmente posti davanti alla tastiera. Credete davvero che a forza di insulti cambierete le loro idee? O quelle di chi lo vota? Se il dialogo normale, pacato e razionale non funziona, pensate davvero che faccia qualche differenza un vostro commento arrabbiato? Avete mai pensato che potrebbe invece non fare altro che ottenere l'effetto contrario, al grido di "tanti nemici tanto onore"?

Me ne fate perché sembra che abbiate perso il contatto con la realtà, perché vorrei davvero vedere se riuscireste a dire le stesse cose a voce e con la stessa tranquillità; perché se la schermatura dello schermo vi protegge dal confronto faccia a faccia, lo stesso schermo espone un lato di voi che forse non solo sarebbe bene nascondere, ma anche imparare a domare.

Se vi sentite chiamati in causa, probabilmente mi riferisco a voi.
Se vi siete offesi, reagite come preferite.

Sono io la persona dalla morale perfetta, che non si lascia mai sfuggire una parola maligna o che si fa sempre e solo gli affari suoi? Ovviamente no, anche se ogni giorno si cerca di migliorare, ma capiamo bene che c'è un abisso, tra questi comportamenti (e non per giustificare i miei).

La mia consolazione è che, mediamente, certi episodi vedono protagoniste persone che non sono Amici davvero, nella vita reale, o persone che stimo; sono persone che per necessità, per trascorsi passati (come gli anni delle scuole) o anche un po' per caso sono tra i miei contatti. Questo ha due conseguenze ben precise: consolidare la fiducia che ho nelle persone a cui tengo o che stimo, e rendere più facile il processo di oscuramento dei contributi di tali soggetti.


"Perché non li cancelli direttamente?"
Beh, perché non sai mai quando potrai voler andare a farti un po' di fatti loro.





Ops.



* non chiedetemi chi sia il tizio, ho cancellato l'informazione dalla mia testa all'istante.

sabato 7 gennaio 2017

Foto metafora


Questa mattina mi sono svegliata con calma, mi sono alzata con ancora più calma, mi sono lavata vestita truccata, ho provato ad uscire e ho realizzato che aveva nevicato, sono tornata indietro a cambiarmi le scarpe, sono ri-uscita, sono andata a comprare un paio di cose approfittando dei saldi, ho sbrigato delle commissioni.
Sono tornata a casa per una strada leggermente più lunga, seguendo il corso del fiume, sia perché volevo scattare una foto di uno scorcio carino con la neve, sia perché sospettavo non ci fosse stato molto passaggio, per cui la neve sarebbe stata ancora intonsa e avrebbe dato maggior sostegno al passo rispetto all'infida poltiglia ghiacciata nel resto del centro.


Ho scattato anche questa (niente di che):



L'ho scattata in un posto freddo, dove tutto era nascosto da un leggero ma evidente strato di neve: bello ma scostante, che richiede lavoro per essere tolto e arrivare davvero a toccare le cose.
L'ho scattata dove il mio incedere era insicuro e traballante.
L'ho scattata, nonostante l'insicurezza, con i piedi ben piantati per terra e la schiena dritta ("sennò si vede la panza!").
L'ho scattata non sapendo bene perché, ma guidata dallo spirito del "Perché no?".
L'ho scattata essendo completamente da sola. Ma concentrandomi avrei percepito la presenza lontana di altri.
L'ho scattata portando dei pesi, e sapendo li avrei portati ancora per un po'.
L'ho scattata volendo essere da un'altra parte, accanto a del calore, ma in fondo anche un po' contenta di essere lì.

L'ho scattata, e poi ho pensato che il dove, il come, il quando fossero una perfetta sintesi. Perché io stamattina mi sarò svegliata con calma, alzata con ancora più calma, lavata vestita truccata, sarò uscita e andata in giro come se fosse un giorno qualunque, ma oggi segna un anno.

Il primo.
Il primo di quattro.
Daje.

mercoledì 4 gennaio 2017

Come uccidere il Bianconiglio: parte 2 (la pratica)

Il metodo migliore, nella pratica, per uccidere il Bianconiglio consiste di due parti: l'attacco cardiaco da ansia e quello da sforzo fisico sovrumano nel tentativo di riparare ad un ritardo. E si, i treni Belgi provocano entrambi spesso e con leggiadria.
Avrei mille piccoli aneddoti al riguardo, ma si assomigliano più o meno quasi tutti. Giusto per dare un'idea accennerò brevemente a quando, nel disperato tentativo di prendere l'ultimo treno utile per essere in orario ad un seminario, correndo con i tacchi sui dissestati pavé namurensi e scivolosi per la pioggia, mi sono spiaccicata per terra con davvero poca grazia lungo la strada principale gremita di pendolari; la caviglia quella sera era il quadruplo delle sue normali dimensioni, e ancora oggi a distanza di più di due mesi, durante certi movimenti particolari decide di farsi sentire.
"Che c'entrano i treni?"
C'entrano per il fatto che prima di iniziare a correre, a cinque minuti a piedi di distanza dalla stazione e dall'orario di partenza, avevo controllato sul sito delle Ferrovie se il treno fosse in orario, e lo era, per cui mi ero lanciata in una corsa disperata.
Peccato che poi sia arrivato con dieci minuti di ritardo. Come fa un treno in perfetto orario cinque minuti prima ad accumulare dieci minuti di ritardo?! Gli ha attraversato i binari una mandria di Mammut?

Tra tutte le possibili storie, quella famosa volta merita di essere raccontata per bene.
Il contesto descritto un paio di post più in là dovrebbe aiutare a capire come mai, quella famosa volta, io sia stata davvero di un'ingenuità notevole.
Per prendere l'Eurostar che attraversa il tunnel della Manica è necessario effettuare una sorta di procedura di check-in: controllo del biglietto, doppio controllo dei passaporti, passaggio sotto al metal detector et similia. Per questo, è richiesta la presenza al terminal almeno mezzora prima rispetto all'orario di partenza, pena trovarsi davanti al check-in chiuso. Conoscendo la situazione dei treni nazionali, si fa sempre in modo di essere lì almeno un'ora prima, per poter far fronte a qualunque problema possa verificarsi durante il tragitto.
Quella famosa volta, il treno per Bruxelles si è presentato a Namur in perfetto orario; avrei dovuto pensare sospettosamente in perfetto orario, ma c'è un motivo se citavo l'ingenuità. Piacevolmente stupita, mi sono accomodata in un bel posticino, ho preparato l'assetto da viaggio (via il cappotto, fuori il biglietto e qualcosa da leggere, le solite cose insomma) aspettando di ripartire.
Aspettando di ripartire.
Cinque minuti dopo l'orario di partenza, il capotreno annuncia un ritardo di… cinque minuti!, dovuto al fatto che ci sono lavori sulla linea e un tratto è a binario unico, per cui dobbiamo aspettare che arrivi un treno in direzione contraria.
I minuti diventano dieci, poi quindici. Il capotreno annuncia un ritardo di… quindici minuti! (ma perché continua a dirci cose che già sappiamo?!) perché stiamo sempre aspettando quello stesso treno, il quale è in ritardo.
Nel frattempo i minuti diventano velocemente venticinque. Venticinque minuti fermi, al binario. Un treno che era perfettamente in orario, magicamente, ha accumulato venticinque minuti di ritardo. Venticinque, l'ho scritto?
Nel frattempo io avevo virtualmente perso l'Eurostar, considerando il tempo che in stazione ci vuole per arrivare al terminal. Di certo non ero rimasta con le mani in mano e avevo controllato tutte le possibili alternative: cambiare il biglietto per prendere il treno successivo sarebbe costato 200 euro, l'unico passaggio plausibile su Blablacar era offerto da un soggetto decisamente poco raccomandabile (solo recensioni iper-negative e sospetti passaggi multipli), il primo autobus disponibile sarebbe partito la sera tardi (svariate ore dopo) e in ogni caso arrivare la mattina dopo avrebbe sconvolto i nostri piani e la mia schiena. Perché il viaggio in autobus si fa, eh!, perché si fa tutto, ma non si augura e possibilmente si evita; in più, mi era già toccato due settimane prima. Queste, dunque, le non alternative. Non prendere quel treno avrebbe comportato svariati danni e una ancora non definita soluzione.
Dopo i famosi venticinque minuti, improvvisamente, il treno parte: il capotreno decide che quello è il momento giusto per informarci che in realtà non solo abbiamo aspettato il primo treno in ritardo, ma già che c'eravamo ci sembrava brutto fare 30 ma non 31 e quindi ne abbiamo fatto passare anche un altro.
Il nervosismo e il senso di impotenza (da avere i lacrimoni quasi sul punto di rotolare giù dagli occhi) mi hanno fatto buona compagnia durante il tragitto: arrivata in prossimità dell'ultima stazione di Bruxelles, mi sono preparata davanti alle porte saltellando sul posto, preparandomi allo sprint più importante della mia vita (il che dice già quale ruolo infimo abbia la corsa nella mia vita).
E poi ho corso.
Ho corso come se ogni secondo in meno impiegato fosse pari ad un gattino in meno investito per strada, come se ogni falcata abbastanza ampia implicasse un bignè al cioccolato gustato ma senza le calorie, come se ogni gradino percorso a velocità supersonica rischiando la morte per caduta e conseguente spezzamento del collo mi garantisse un anno in più senza rughe.
Se questa descrizione, nella vostra testa, si è trasformata in una corsa concitata ma dignitosa, vi riporto immediatamente alla realtà: non solo avevo i tacchi, che per quanto comodi possano essere e per quanta destrezza una possa avere non daranno mai la leggiadria e l'agilità di un paio di scarpe senza tacco, magari da corsa; non solo i tacchi, dunque, ma anche uno zaino mediamente pesante sulle spalle. E nessuno riesce a correre con uno zaino non tecnico sulle spalle senza sembrare una gallina azzoppata. Aggiungeteci le braccia aperte per mantenere la stabilità, la faccia rossissima, il rantolo disperato paragonabile a quello di un Boxer (cane) sotto sforzo, capiamo subito che il quadro era piuttosto ridicolo: l'espressione affannata e disperata non deve aver di certo aiutato.
Arrivata in prossimità del terminal, vedo in lontananza lo schermo sul quale vengono fornite le informazioni riguardanti i treni in partenza: il primo nella lista, che è sicuramente il mio, ha accanto una bella scritta. Rossa. E rosso non è mai un bel segno.
Più per inerzia che per forze residue continuo a “correre” (i podisti mi scuseranno, di certo non era una corsa la mia, quanto più uno scostumato succedersi di passi veloci) per scoprire che quei furboni dell'Eurostar hanno deciso che il colore più appropriato per “Check-in aperto”, che quindi vuol dire “Dai! Va tutto bene! Non hai ancora perso il treno e un sacco di soldi!” è il rosso. Il ROSSO. Chi è il sadico che ha deciso questa cosa? Non sarebbe meglio un più universalmente riconosciuto verde, per un messaggio positivo? Chi ci prova gusto a mandare messaggi contraddittori?

Quella famosa volta, due giorni dopo ero di nuovo sull'Eurostar per tornare a Bruxelles. Per la prima (e finora unica) volta, anche l'Eurostar decide di arrivare in ritardo di buoni venti minuti: me ne restano tre per scendere, districarmi tra la folla, uscire dalla zona internazionale, raggiungere il binario del penultimo treno per Namur (essendo quello successivo un'ora più tardi). Cinque minuti sarebbero sufficienti per arrivarci di buon passo, ma con tre la situazione è decisamente sul filo del rasoio.
E allora, di nuovo, corro; più per abitudine ormai che per vera motivazione, corro in una corsa contro il tempo per non perdere il regionale.
Il quale è poi partito con dieci minuti di ritardo.
Ah, che ve lo dico a fare? Fino a poco prima era dato perfettamente in orario.